Le narrazioni del tetto e l'importanza dell'habitat

L'architettura inclusiva del tetto deve seguire i processi di costruzione e crescita. Vediamo come è possibile attraverso il pensiero progettuale dell'arch. Sophia Los, basato su alcune immagini e metafore suggestive.
architettura inclusiva Sophia Los
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Dopo il nostro primo articolo di Sophia Los, continuiamo la nostra chiacchierata con lei sulla progettazione inclusiva.

Ciao Sophia, vorrei continuare la chiacchierata fissando alcuni passaggi fondamentali: parliamo di "tetti per mettere radici”.

Senza semi non ci sono radici e senza radici non ci saranno semi.
Questa immagine mi riconduce ad alcune riflessioni sulle quali ho radicato il mio pensiero progettuale. Ci sono due modalità di sviluppo, della vita tanto quanto dello spazio abitato che ne è rappresentazione: costruzione e crescita. Siamo abituati a considerare gli edifici dal punto di vista della costruzione, vorrei proporre di accompagnare questo sguardo con un altro, complementare, la crescita.

I due processi, crescita e costruzione sono complementari, nessuno dei due è sufficiente da solo. Abbiamo ampiamente esplorato in questi secoli la dimensione costruzione: si tratta di bilanciare la parte crescita. Per questo motivo pongo il mio accento, provocatoriamente, su quella, per poterla mettere in gioco assieme all'altra.

Se viene prima l'idea, essa si impone su un contesto che non sempre le è coerente, ma se ascoltiamo il contesto l'idea potrà dargli forma e generare un luogo ospitale, come una pianta che si radica ed emerge dal suolo. Per questo motivo mi piace pensare a ogni progetto di architettura con la metafora dell'albero e secondariamente procedere con la costruzione.

I semi sono i desideri di abitare di un committente, le risorse, i vincoli, i caratteri del luogo, culturali e ambientali.
L'albero è lo spazio da abitare che viene costruito e che continuerà a vivere sotto il sole e la luna, tra il vento e la pioggia, radicato in profondità e solido: il luogo dove si realizza il desiderio di abitare.  L’umanità ha sempre cercato di svincolarsi dal suolo, fisicamente o spiritualmente. Anche per cercare di eludere il nostro essere natura, corruttibile, aspirando all’eterna staticità dell’inorganico. 

Ma siamo natura e dimenticarlo genera molti problemi, quelli che affrontiamo in questi tempi, tanto per fare un esempio. Essere natura implica avere radici. Non esiste albero senza radici. La legge di gravità lo impone, e fino a quando non saremo scappati nello spazio dopo aver distrutto il nostro meraviglioso pianeta, chiudendoci in capsule di plastica e metallo e osservando con patetica nostalgia prati e monti su uno schermo a cristalli liquidi, fino ad allora, i piedi saldi al suolo sono anche metafora di prudenza e di saggezza. Quindi come si potrebbe parlare di tetto senza partire dalle radici?!

disegno Los tettodisegno Los

Le interviste di BMI: chi è Sophia Los

Sophia Los

Sophia Los, architetto e paesaggista. Sotto il nome SOL, lo studio progetta paesaggi e luoghi a diverse scale - attorno alla vita che ospitano, a partire dai gesti che ispirano - secondo un atteggiamento naturalmente ecosostenibile che integra tradizione e innovazione. Il filo d'Arianna che da cento anni tesse la storia sempre attuale di architettura e design, in famiglia e con nuovi compagni di viaggio.
Progetti, didattica e formazione sono strumenti per esplorare la vita attraverso gli spazi abitati. Nel 2012 (2° ed 2014) pubblica con List, il libro “Una vita in tandem. Ecologia come sentimento”.
E’ associata all’Istituto Nazionale di Bioarchitettura e all’AIAPP (Associazione Italiana di Architettura del Paesaggio). Attualmente è tesoriere della Sezione Triveneto Emilia Romagna.
Dal 2008 Tiene corsi che accostano al tango argentino discipline marziali con Stefano Gambarotto e con il quale fonda Bi-tango.
Sta debuttando con il racconto/spettacolo dedicato a un pubblico di ragazzi e adulti: “La seconda conferenza degli animali e il Grande Algoritmo”, che ha scritto e illustrato, accompagnato dalla chitarra di Alessandro Colombo.

Tu parli di crescita e costruzione come processi complementari.

Nel costruire, i processi di realizzazione di tetti e coperture negli anni hanno avuto in Italia realtà come Wierer che hanno saputo innovare l’anima tecnologica del tetto, producendo in Italia dagli anni 60 le prime tegole in cemento e il “sistema tetto”. Come ritieni si metta in gioco in questi interventi la parte di “crescita”?

Il tetto è in qualche modo il cappello di un edificio. Delinea il rapporto tra corpo e cielo. Quante storie racconta un cappello?

architettura inclusiva Sophia Los

A seconda del clima, del luogo, del contesto cambiamo copricapo. Se osserviamo paesaggi abitati, in luoghi diversi, troveremo modi differenti e specifici di concludere gli edifici.

Nel Veneto, nelle aree di pianura o prima collina, per esempio, un’increspatura del muro introduce la linea orizzontale che definisce il confine del cielo. Ma castelli, mura merlate intrecciano il loro disegno allo sfondo senza soluzione di continuità. I tetti a capanna dei paesi nordici, posti uno accanto all’altro, disegnano greche se osservati frontalmente. Ma di fianco il tetto separa nettamente basso e alto e ne diviene mediatore.
Gli edifici religiosi con cupole, campanili, i palazzi adornati di abbaini e torrette raccontano lo specifico rapporto tra ciò che sta sotto e ciò che sta sopra.

La manutenzione del tetto è l’intervento più importante nella salvaguardia di una costruzione, tanto da far convergere il significato di casa in quella di tetto. Senza tetto si dice per chi non ha fissa dimora. Tutto tetto è la tenda del nomade o dell’escursionista. 

Prima di raccontare la storia degli abitanti, il tetto narra del luogo, della geografia e del clima. Dalla sua forma si deducono la piovosità, il vento. In questo senso è un elemento costruito generato da ciò che cresce, da un ecosistema per diventare parte di un habitat.

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“Da noi, Italiani, l'Architettura del tetto non esiste; o quasi. L'Architettura finisce alla gronda, al coronamento, che è sovente, negli edifici monumentali, di grande volume ed ornamento ed aggetto. (Da noi il tetto è una sovrapposizione, non è una composizione). 

(Al nord l'Architettura finisce invece al sommo del tetto, il tetto è una sua capigliatura monumentale, il tetto è metà dell'Architettura di una casa, l'abitazione lo occupa tutto, la struttura di quei tetti è un'architettura sapiente e complicata. Il tetto, fatto Architettura, è lassù, bello, ordinato e vivente con i suoi comignoli e abbaini. Da noi, fuori come sono dall'Architettura, i tetti sono disordinati, i comignoli, gli sfiatatoi vi spuntano a caso: pochi Architetti disegnano il tetto. Sotto al tetto, da noi, non v'è ancora della casa come nel nord, ma ci sono quelle cose paurose e polverose che son i solai. I nostri sono tetti morti). 


ll tetto è, in ogni modo, una copertura logica, perfetta, leggera”.

Giò Ponti, Amate l’architettura, 1957

Giò Ponti tetto

Questo scrive Giò Ponti in “Amate l’architettura” nel 1957, cosa ne pensi?

Osservo l’architettura a partire dalla geografia, come ha insegnato mio padre Sergio Los nel suo prezioso libro “Geografia dell’architettura”*. In Italia in cima agli edifici ci sono terrazze e abbaini, i tetti sono nascosti dietro le ricche cornici cui accennavo prima. Al sud dove le estati sono molto calde il tetto serve per ombreggiare la strada o – come nel caso dei trulli – a generare uno specialissimo comfort all’interno. Al nord invece, il clima rigido impone tetti spioventi e forti aggetti dove è più umido.

Più è ricca la vita civica meno è rilevante il tetto, gli edifici si uniscono uno all’altro e generano stanze senza soffitto, le piazze, i salotti della comunità.

L’architettura moderna ha mutuato dai paesi caldi il tetto piano e da quelli nordici le ampie finestrature. In ogni caso dimenticando il rapporto tra clima e architettura. Mentre il progetto con la sua forma e orientamento consente di ottimizzare l’edificio rispetto alle specifiche condizioni climatiche (architettura bioclimatica, come attualizzazione dell’architettura regionale), la globalizzazione architettonica ha preferito rendere simili le costruzioni e adattare gli impianti per compensare i bisogni differenziati legati a clima e a geografia. Un tetto piano genera problematiche in ambiti piovosi e nevosi e le ampie finestre in climi caldi impongono dotazioni impiantistiche che consumano molto. La ricerca si è dedicata a risolvere il più possibile queste complessità, e le attuali tecnologie consentono di interpretare in modo nuovo le coperture piane, riuscendo a gestire il drenaggio delle acque offrendo giardini e orti pensili.

Progettazione inclusiva ed ecologia devono andare insieme, perché riguardano la nostra vita, cosa ne pensi?

Si, certo, inclusivo non significa globalizzato: senza identità non esiste inclusione e tantomeno ecologia. Gli edifici modificano il territorio e diventano parte di un ecosistema: questo è un aspetto ineludibile. Vanno quindi considerati aspetti climatici, geografici e pure culturali, quelli che attivano senso di appartenenza, per cui le persone riconoscono un luogo, ne comprendono la lingua. Il senso di appartenenza attiva la cura. 

Le città ora sono campionari di firme, raccontano molto più la storia del loro progettista che non del popolo che le abita. I cittadini si sentono esclusi e non si prendono cura né dei luoghi né della comunità, si spegne la preziosissima prossimità di vicinato che è lo strumento migliore per la sicurezza e per una vita civica di qualità, come ha chiaramente dimostrato la recente condizione pandemica.



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Ci piace pensare a un progettista/architetto che narra di tetti verdi, di agricoltura negli spazi urbani, che offre stimoli alla riprogettazione di una città.

La grande conquista della modernità è stata di abitare in quota e, a partire da le Corbusier, il tetto ha cambiato significato, da cappello a stanza a cielo aperto. Purtroppo l’espansione urbana di tipo speculativo ci ha regalato uno skyline ben diverso e oggi le città sono disseminate da condomini con tetti abbandonati, il cui unico scopo è proteggere l’ultimo piano dalle intemperie e ospitare impianti. Gli edifici sono abitati da una collettività e l’individualismo contemporaneo fatica a riconoscere il valore di spazi comuni. Quindi vengono abbandonati. Diventano il paesaggio triste di cui gode chi vive a una quota più alta. 

Nei centri storici o in campagna, un tempo erano magazzini; nelle case rurali granai e fienili proteggevano dalle escursioni termiche i piani sottostanti. 

Nelle città contemporanee il tetto è un luogo tanto dimenticato quanto rilevante, la grande presenza di tetti piani genera l’opportunità di nuovi utilizzi. A parte l'installazione di pannelli fotovoltaici, giardini pensili, terrazze, sono facilmente realizzabili e alimentano l’immaginazione di progettisti e di abitanti.

Le città contemporanee sono formate da nidi, per riprendere le metafore che ho proposto all’inizio. 

Sono proprio i luoghi di lavoro tra gli esempi pilota più interessanti per un utilizzo innovativo del tetto.

Ricordo anni fa un articolo che descriveva i tetti dei palazzi per uffici di Tokyo attrezzati con giardini zen dei quali i dipendenti si prendevano cura - faceva parte delle mansioni. La cura del verde è riconosciuta come attività rilassante e salutare. I centri direzionali sono edifici che occupano grandi superfici e ospitano molti dipendenti per i quali è utile offrire servizi per la socializzazione e per la cura del corpo.

Il tetto come circuito di jogging a Londra

Il tetto come circuito di jogging a Londra

Ma forse ancor più significativo è il circuito per lo jogging in quota realizzato a Londra, assieme al ristorante sul tetto, il giardino, per un totale di 4500 mq spettacolari.  In questo progetto sono coniugate differenti tecnologie e un processo progettuale complesso e accurato: sono progetti pilota di una tendenza che sicuramente nel prossimo futuro cambierà il volto delle città, nel loro rapporto con il cielo.

Tetto Londra jogging

Il tetto come giardino pensile a Parigi

Il tetto come giardino pensile a Parigi

Il giardino pensile di l'Oréal Hair Research Centre di Parigi è un esempio particolarmente suggestivo. Oltre a contribuire all’isolamento e alla riduzione di emissioni co2, consente di raccogliere acqua piovana da utilizzare nei servizi igienici.

Giardino pensile Oreal

NOTE:

* Sergio Los, Geografia dell’architettura -  guida alla progettazione sostenibile mediante il disegno di architettura, Il Poligrafo, Padova 2012. Sergio Los è assistente, studioso e collaboratore di Carlo Scarpa, persegue sin dalle prime pubblicazioni una concezione dell’architettura come forma di conoscenza, concezione sviluppata nella ricerca, nell’attività accademica e nella progettazione e costruzione di architetture multi-scala, attraverso una struttura professionale SYNERGIA progetti che condivide con l’architetto Natasha Pulitzer. Pioniere dell’architettura bioclimatica in ambito internazionale, ha insegnato Composizione architettonica all’Università IUAV di Venezia, vinto vari premi internazionali e pubblicato diversi libri.

Immagine di copertina - tratta dalla pubblicità Wierer, 2012.

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